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Sigarette elettroniche: il business va in fumo

ALLARME. Decine di negozi a rischio dopo l’approvazione della norma che raddoppia l’Iva. Michele Adami di Ovale, primo ad aprire in Italia: «Abbiamo sei negozi nel Veronese, ma con le tasse al 58% chiuderemo tutto»

Sei negozi in forse, una ventina di dipendenti che rischiano di restare a casa, e tanti «svapatori» che non avranno più i loro punti di riferimento. Dopo il boom di aperture, per la sigaretta elettronica arrivano tempi bui. A lanciare l’allarme è Michele Adami, titolare insieme a Marco Tomezzoli di Ovale service, il marchio che ha aperto il primo negozio di sigarette elettroniche in Italia, a Bussolengo, nel 2010, dopo che il commercio su internet si era allargato al punto da rendere necessaria la creazione di uno spazio fisico. Ovale attualmente ha sei punti vendita nella provincia scaligera, di cui due in centro città: rispettivamente, in corte Sgarzerie e in via Adigetto, oltre che a Bussolengo, San Giovanni Lupatoto, Villafranca, Legnago. In Italia i punti vendita di Ovale sono una quindicina. «Siamo molto delusi, e abbiamo cominciato a esportare la nostra attività alle Canarie, visto quanto sta succedendo in Italia», spiega Adami. «Del resto non stupisce: le aziende italiane che prendono la strada dell’estero sono sempre più numerose. E, cosa ancora più triste, cresce chi gestisce dall’estero le aziende italiane».  A decretare la fine dell’imprenditoria legata alla sigaretta elettronica, il che, per dirla con l’espressione usata dagli operatori del settore, sarebbe un «omicidio premeditato», è la legge 90 approvata in agosto, che equipara le sigarette elettroniche a quelle tradizionali. «Fin da subito questo ha comportato il divieto assoluto di pubblicità del prodotto», spiega ancora Adami. «Noi avevamo investito due milioni di euro per la pubblicità su Mediaset e un milione per quella sulle reti locali, e tutto questo ora salta. Inoltre fin da agosto è partito il divieto di esposizione nelle vetrine dei negozi non solo delle sigarette, ma anche di insegne e adesivi, e la Guardia di Finanza ha subito cominciato a fare verifiche e a multare i trasgressori. Ora in vetrina si possono mettere solo accessori». Ma il punto più dolente della normativa sarà quello che entrerà in vigore da gennaio 2014 e che secondo gli operatori del settore porterà al crollo dell’attività: finora l’iva imposta era pari al 34%, a gennaio sarà aumentata al 58,5%. «Nessuno potrà sostenere questo aumento», afferma convinto Adami. «Imporre una tassa del 58% vuol dire che il Governo ha deciso di far morire il prodotto, un’imposta simile ne uccide il commercio». Come dire che l’interesse delle grandi catene del tabacco è la vera molla che sta sotto questo gioco: troppi fumatori avevano abbandonato le bionde per la sigaretta elettronica, forse i danni per le lobby che producono sigarette non erano accettabili. Qualche dato, in questo senso, fa riflettere: il settore delle sigarette elettroniche in Italia è costituito da 3.000 imprese e 5.000 imprenditori che hanno creato posti di lavoro e investito soldi.  «Quello che ci lascia perplessi e amareggiati è che in questo momento di grande difficoltà il Governo scelga di fare strage di un settore che aveva creato posti di lavoro e che comunque versa il 34% di tasse, quindi è una parte attiva e vitale», prosegue Adami. «Ma c’è, ed è ancora più grave, l’aspetto sanitario. Noi abbiamo seguito molte persone che non vedevano nella sigaretta elettronica solo un optional da alternare al tabacco e nemmeno che volevano passare dalla schiavitù del tabacco a quella della sigaretta elettronica, insomma persone decise a smettere di fumare. Ci sentiamo di dire in questo senso che la diffusione della sigaretta elettronica è anche un risparmio in termini sanitari, naturalmente parliamo del commercio serio e certificato: se poi sono nate anche imitazioni non sicure della sigaretta elettronica, questo accade purtroppo di fronte al successo di molte attività. Tra le altre cose, non credo che le tabaccherie entreranno nel commercio della sigaretta elettronica: non è conveniente e poi chi la acquista ha bisogno di tempo, deve essere seguito, ascoltato, consigliato, come accade nei nostri punti vendita; ma non vedo come la tabaccheria possa diventare luogo di vendita di questo tipo». Con l’iva al 58%, secondo gli imprenditori del settore, il commercio morirà perchè oggi le sigarette elettroniche costano tra 80 e 150 euro e con queste cifre non si può pensare che i negozi reggano; d’altro canto se si aumentasse il costo a 200 euro è difficile pensare che il mercato mostrerebbe lo stesso appeal. Risultato: negozi che chiuderanno, e dipendenti, una ventina nel Veronese, che resteranno a casa. Se la sigaretta elettronica faccia male o meno, ancora la discussione è aperta; sul fatto che il tabacco faccia male, anzi malissimo, non ci sono dubbi. Ma la bionda tradizionale resta in commercio.

Fonte: larena.it